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Cultura - SocietàStefania Castella

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17 Marzo 2015
Che razza di madre sei? Madri che lavorano, che lottano, che amano
di Stefania Castella



Che razza di madre sei? Madri che lavorano, che lottano, che amano
Madri e figlie
fotografate da
Gabriele Morrione

Siamo state chiocce con tutti i danni collaterali che questo ha comportato, coccodrilli che ingoiano la prole, per poi piangere (sul latte versato?), siamo state tigri assetate, determinate, in soldoni, troppo severe. Oggi che il bestiario mammifero ha ormai la misura quasi colma, dalle pagine dell’eminente quotidiano, l’altrettanto eminente psicoanalista, cambia verso, dando delle donne una diversa visione. Di loro, delle donne naturalmente, perché solitamente la visione-ricostruzione della figura femminile è sempre un teorema generato da un uomo. Che le donne non siano le maggiori sostenitrici delle donne è risaputo, ma che siano da sempre i maschi a tirare calci negli stinchi gentili del sesso “debole” è ancor più noto.

 

Narcisiste, coltivatrici di ambizioni lavorative che mettono in discussione il ruolo genetico, crescita e sviluppo mentale delle proprie creature. Le donne madri, sono protagoniste di una lunga disquisizione degenerativa, che sa più di spedizione punitiva. Donne occupate da sé stesse e dalla voglia di emergere che trovano il generare figli, un ostacolo, deformazione di un corpo che vorrebbero preservare, l’impedimento alla propria costruzione d’identità. Si dimentica però che la questione genitori figli dovrebbe essere una questione più larga, una questione che in qualche modo dovrebbe riguardare anche il maschio - padre di famiglia. E probabilmente la considerazione della questione come prettamente legata alla madre, ha un fondo di verità, nel considerare che sono loro che si occupano di qualunque cosa, nella maggior parte dei casi. Tutto quello che riguarda la prole dal travaglio alla riunione a scuola, è solo un fatto materno. I Padri, se sono fortunati, e hanno un’occupazione, sono fuori per lavoro, se non hanno un’occupazione sono fuori a cercarla, sempre nel caso in cui la famiglia sia ancora in piedi (in questi tempi complicati gli assetti familiari sono parecchio mutati).

 

In ogni caso l’influenza paterna sembra ormai solo un’ombra sul cammino dei figli. Questo determina che, se il bambino è troppo silenzioso, o al contrario iperattivo, se è depresso, se parla troppo o troppo poco, è tutto generato da una madre, e da un cattivo comportamento di madre. E giù a tirare fuori la solita solfa delle mamme che geneticamente dovrebbero procreare e basta, trovare la propria fonte di ispirazione solo nei figli, trovare la massima aspirazione solo dalla gravidanza. Salvo sottolineare di essere madre (Giuro) non si può continuare a pensare alle donne come esseri ai quali ogni opportunità che sfori dall'ambiente familiare sia un dono, non si può trovarsi sempre nella tristissima condizione, convinzione di fare un torto a cercare una realizzazione professionale (innominabile). Le donne lavorano quanto gli uomini, ma guai a nominare il termine ambizione, associare al lavoro l’idea di carriera. La comare del paesino (e non solo) non stenterebbe ad additarla tacciandola di buona a nulla, sfascia serenità familiare. Non accade in medio oriente succede a due passi da noi. Succede che le donne non possono avere un riconoscimento scisso dalla lotta, dalla fatica, che prescinda dal senso di colpa, perché non è una cosa naturale quella che la vede seduta ad un posto di comando qualunque, come se qualunque posto di comando appartenesse ad un uomo. Come dire, “avete dimostrato che potete fare tutto, adesso che l’abbiamo capito ridateci il nostro” (posto, ruolo, posizione, angolino che ci avete strappato).

 

Narcisismo, è la parola che si abbina alla donna di oggi, anzi alla madre oggi, quando narcisista è tutta la società che ci circonda, a partire da chi invece di partorire figli, partorisce teorie che ledono secoli di passi avanti. L’unica verità delle donne, forse dovrebbero raccontarla le donne, e sono quelle che la racconto di meno. Per loro, amare i figli non è un dovere che si deve protrarre di generazione in generazione, è un desiderio per ognuna diverso. Ognuna è un’isola a sé stante, e fare delle generalizzazioni, è come togliere ancora più spazio a chi combatte ogni giorno per affrontare un quotidiano complicato. Perché la realtà, è che c’è bisogno di lavorare, e sudare per tenere un posto dopo la maternità, che tante devono scegliere non il tailleur, ma scegliere se accettare un’occasione o rinunciare perché mancano reti di appoggio a partire dai padri. Loro, narcisi forse non lo sono, perché i figli continuano a farli, con l’idea che tanto c’è una donna che se ne occuperà.

 

Smettiamola di generare false teorie che non sono punti di vista, sono piccoli fossetti scavati intorno a chi da tempo immemore cerca di dire al mondo che non devono esistere differenze, ma collaborazioni, perché funzioni la società, funzioni l’economia, e perché no anche tanta familiare armonia.








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