 | | Pino Daniele |
Ho aspettato un po’ prima di scrivere. Perché pensandoci, di compleanni ne sono passati parecchi, anche se questo sarebbe stato importante. CI sarebbero stati concerti con gli amici che altre volte ti avevano accompagnato. Non di quelli scelti da altri per questioni di business, quelli voluti da te scelti per affinità. Chi non ti ha conosciuto veramente, forse non potrebbe prendersi la libertà di scriverti, ma la verità è che scriviamo di te perché con la tua voce e i tuoi racconti, molti di noi sono cresciuti. Tutti quelli che hanno sentito una stretta al cuore quando il tuo cuore si fermava, e ancora non sembra vero. Passare per quei vicoli stretti di vite accartocciate, quei vicoli che si aprono improvvisamente mostrando tutto il palcoscenico di una bellezza che pur se gli anni passano è ancora come femmina con una storia da raccontare. Il mare all'improvviso e l’eco di quelle pagine che ti piacevano tanto de "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese, dicevi "è un capolavoro, ma non condivido molto il concetto del titolo, a Napoli la presenza del mare si avverte sempre". Ci bagna eccome, ci bagna e ci resta dentro nei ricordi nelle onde della memoria. I nostri occhi fermavano immagini che tu ritagliavi facendone poesie, per rimandarle incantate di suoni, di mescolii. Questa città ti apparteneva e tu le appartenevi, come figlio sapevi cantarla madre, e matrigna avvelenata di brutture infinite. Quella "Carta sporca", impregnata di dolore, di fatica, di chi vuole emergere e gridare che si può cambiare e non essere per forza bandiere di inerzia e di abbandono. Come una foto che ami tanto che poi strappi per la rabbia e tieni stretta tra le mani. Quando sei andato a vivere altrove eri comunque qui. Molte sere sono passate a suonare le tue note, a cantare la malinconia di quella "notte che se ne va…" e molte volte come tanti, mi veniva in mente "Chissà mo’ che starà facendo" immaginandoti affacciato ad un balcone tra due tende leggere e in fondo il mare. Solo immaginazione, ma era così che ti pensavo. Così che pensavo, dopo che te ne sei andato, ora niente sarà più come prima, il cielo non sarà più uguale, il sole sarà meno caldo. Ma sai cosa? Alla fine poi ti accorgi con dolore che le cose restano immobili dopo di noi, e pure questo un po’ fa male, tutto resta com'era tranne noi, che un po’ di pezzi perdevamo dopo te. Ti ricorderanno in tanti nel giorno del tuo compleanno, si alzerà un po’ di polemica sul chiasso che facciamo, perché noi esageriamo e non possiamo farci niente, pensiamo che il rumore delle nostre voci possa arrivare fino a te. Dovunque sei. Sai ci sarà un’eclissi il giorno dopo, il sole sarà buio come il tuo "nero a metà", sarà come se anche cielo luna e sole volessero per poco socchiudere gli occhi come si fa quando arriva il ricordo. E vorresti che non fosse la realtà, che fosse come cantavi tu, nu suonn’ "Suonno d’ajere" dove "E parole nun fanne rummore. Nun fanne rummore…"
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