 | | Camilla Baresani |
Camilla Baresani. Un’aria elegante, uno sguardo lucido e perfetto sul mondo. Apre la porta alle infinite possibilità che certe volte nella vita ci precludiamo da sole, quando racconta: "sono rinata dopo il primo libro". Una seconda vita, senza certo rinnegare nulla, ma, con la consapevolezza di avere ascoltato quelle voci che sussurrano nella testa e non sempre ci fermiamo ad ascoltare. Dal primo romanzo "Il Plagio" in cui con mano ferma e cuore pensante la protagonista attraversa la via infima del torto, cercando una vendetta (sottile e femminile) che non sarà un cammino scontato, l’autrice non si è più fermata. Il suo aplomb, il suo stile, spazia e spiazza letteralmente attraversando tutte le sfumature degli umani sentimenti, dai più torbidi, spietati, dolorosi ben celati negli anfratti delle nostre anime, alle rinascite cariche di vittoria di chi ancora nel disincanto del mondo riesce a ritagliarsi una nicchia di amore. Scrive di sentimenti senza essere smielatamente o smodatamente sentimentale e immagino che quell'eleganza che le appartiene sia un timbro distintivo della sua scrittura. A tratti spiritosa, dissacrante, una creatrice di storie che non si somigliano mai, ma conservano la particella cromosomica della loro genitrice espressa in uno stile formidabile e accattivante. Probabilmente proprio merito dell’attenzione per la lettura, per gli altri, per le cose belle della vita, creatività che spazia anche dal cibo al vino (l’autrice è nota anche come critica gastronomica). Dopo "Sbadatamente ho fatto l’amore" intriso di flash da atmosfere di dopoguerra, nostalgia nei ricordi di una dolce vita romana, vissuti attraverso l’occhio del protagonista, arrivavano "L’imperfezione dell’amore" e "Un’estate fa" pluripremiati, intervallati da molteplici lavori e l’ultimo romanzo, su cui ci soffermeremo "Il sale rosa dell’Himalaya". Questo quinto romanzo, rassomiglia a quegli incontri improvvisi, quando tra la folla scorgi un volto familiare che ti sembra ti trasmetta sensazioni che non sai definire. Rappresenta quello che la vita in fondo è, un percorso stabilmente instabile, in cui programmi tutto come un automa per poi scoprire che c’è sempre qualcosa dietro l’uscio. Storia di Giada immersa nella sua "Milano da bere", una giovane bella donna, che programma la sua vita senza lasciare nulla al caso. Il caso però agisce da solo e appare a mescolare le carte la sera del 13 febbraio in occasione di una cena importante, fondamentale. I capelli a posto, il vestito anche, compresi i tacchi tutto è pronto, ma Giada vuole aggiungere un dettaglio, scende ad acquistare del "sale rosa dell’Himalaya", una banalità forse, un dettaglio evitabile che sceglie di non evitare, una "piccolezza" che cambierà il corso della sua vita. Sarà sequestrata da due balordi che ne faranno semplicemente carne a loro piacimento. Intorno a lei, la brutalità dell’invasione degli altri, quello che di lei gli altri vedono e che non sempre corrisponde o forse sì, anche se non sei solo quello. Di lei il mondo va scoprendo tutte le fragilità mostrando che spesso viviamo di armature fragili che costruiamo in base ai nostri calcoli e alla nostra dimensione, senza ricordare che le nostre dimensioni sfiorano quelle degli altri frantumandosi in collisioni, molto spesso inevitabili. Con enorme pazienza Camilla Baresani risponde alle mie domande su di lei sui suoi romanzi raccontandoci un po’ della sua vita. Chi è Camilla Baresani? Sono nata nel 1961 e sono rinata nel 1999, quando ho firmato il contratto con Mondadori per la pubblicazione del primo romanzo, "Il plagio". Da allora è iniziata la mia vera vita, perlomeno quella che mi interessa e mi sono costruita secondo le mie attitudini e gusti. Non che tutto vada bene e mi dia felicità, però mi sento responsabile di quello che va e di quello che non va. Non subisco, scelgo, sbaglio, provo. Mi sembra che il filo della scrittura delimiti un prima e dopo netto, c'è sempre stata questa passione, oppure è stata incontro improvviso? In realtà la mia passione è leggere. Lo è sempre stato, e continua a esserlo. A un certo punto, però, ho provato a trasformare questa passione in una nuova forma di vita, in cui oltre a leggere scrivo e creo nuove storie, nuovi romanzi nel mio stile e dal mio punto di vista. Da "Il Plagio" a "Il sale rosa dell'Himalaya" quanto è cambiato? È cambiato soprattutto il mondo. L’uso del web, gli smartphone, i social network, le serie televisive… Chi scrive non può non tener conto dei grandi cambiamenti di questi ultimi 15 anni. Sono cambiamenti che non hanno interessato solo gli altri, i miei lettori potenziali, ma anche me stessa. I mezzi di distrazione di massa hanno frazionato la mia capacità di attenzione, così come quella dei lettori. C'è stato un momento in cui ha capito che la scrittura era la sua strada? Dopo il secondo romanzo ("Sbadatamente ho fatto l’amore"), quando ho iniziato a scrivere anche per i giornali, ho capito che potevo farcela, riuscivo a mantenermi scrivendo. Avevo 41 anni e potevo finalmente cambiare lavoro, diventare una scrittrice a tempo pieno. A quel punto la mia cosiddetta rinascita era consolidata Nel 2006 usciva TIC, tipi italiani contemporanei, come vede questi italiani contemporanei rispetto a ieri? Lo riscriverei tale e quale: i "tipi italiani contemporanei" sono ancora gli stessi. Il gourmet-scuotitor di vini, la rifatta combattiva, il volontario, la donna che vuole restare incinta, i pensionati viaggiatori, la badante… Aggiungerei però due tipi nuovi: l’eterno precario e la vittima dello smartphone. Cosa l'ha ispirata per il primo romanzo, e cosa la ispira ancora? Alla base c’è la mia passione per gli esseri umani, per i loro tradimenti, le slealtà, i tentativi di farcela, le passioni, le bugie… Quando guardo le persone, prese singolarmente, provo sempre una grande curiosità e mi appassiono alle loro vicende, ai loro tentativi. Da questa passione umanistica deriva la voglia di creare degli intrecci, usando il mio punto di vista che è ironico e al contempo malinconico. Mi piace raccontare il retroscena delle esistenze. Cosa c’è dietro le parole che si dicono, dietro le azioni, dietro i pensieri. Come definirebbe il suo stile? C'è in qualche modo, una chiave di lettura unica per i suoi romanzi? Esiste un modo di scrivere che resti come impronta, senza ingabbiare per forza? Lo stile e il tono che cerco di avere, quello che mi corrisponde, è secco, corrosivo, amaro, smaliziato, ma anche affettuoso, partecipe. La chiave di lettura dei miei libri è questa: c’è sempre un altro lato della medaglia, nulla è come sembra. Cosa ne pensa di tutto questo rumore intorno al genere erotico (dalle 50 sfumature…) Non mi interessa assolutamente, né il genere né la discussione che se ne fa. È come il tiro al piattello, uno sport che per me potrebbe anche non esistere. Mi dice cosa farà domani? Ha un progetto cui sta lavorando? Ho in programma tre libri: un nuovo romanzo che parla di un amore impossibile, un racconto/commedia sul mondo del cibo, una piccola guida sulla storia culturale dei più noti prodotti alimentari italiani. Quale libro sarà pronto per primo non so dirlo. Forse il contrario dell’ordine in cui li ho elencati. La libertà di scegliere, di scegliersi, di andare dove porta non solo il cuore ma anche l’istinto, la passione, la voglia di credere, soprattutto in sé stesse. Camilla Baresani che bellissimo esempio di scrittura, che bellissimo esempio di donna.
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