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Cultura - SocietàStefania Castella

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23 Marzo 2015
Jorit Agoch, dalla strada al mondo, opere d'arte di mano, cuore e talento
di Stefania Castella



Jorit Agoch, dalla strada al mondo, opere d'arte di mano, cuore e talento
Le opere di Jorit

Grigio di città, di muri scorticati, marciapiedi sgangherati, vecchi poster strappati. Coraggio di rampicanti aggrappati qua e là. La strada, quella che il grande Renato (Zero) raccontava come “La vera scuola che poi ti segna sulla pelle quello che non s’insegna”, certe volte è uguale di città in città, forme a volte anonime, schiere di palazzi e vie che man mano scivolano tra vicoli di periferie. Quando cammini attraversando serrande chiuse, scritte sbiadite, il più delle volte non fai caso a quelle forme d’arte spesso bistrattate, anche perché la maggior parte delle volte rappresentano messaggi di Crew che non si conoscono. Spesso sono imbrattamenti fastidiosi. Spesso fanno arrabbiare quando emergono dall'obelisco antico o sul leone secolare della piazza. Finché non sono invadenze, mi hanno personalmente lasciata piuttosto indifferente. Quando ho incontrato le immagini riprodotte da quello che definire artista sarebbe riduttivo. Osservando una foto di una sua opera su un telefonino, ho avuto una folgorazione. Un’immagine piccola, messa male a fuoco che già rivelava una grandezza esplosiva. Probabilmente a causa di una certa predisposizione artistica coltivata tra i banchi di scuola (e di più fuori) o solo perché un fatto è un fatto, e ciò che ho visto è per dato di fatto, un’espressione artistica che va oltre il solito murales.

 

Jorit Agoch giovanissimo talento nato a Napoli da padre partenopeo e madre olandese non è un Writers qualunque, un imbrattatore di muri. I suoi “imbrattamenti” campeggiano su muri internazionali passando da Cuba a Londra, New York e l’amatissima Africa. Proprio qui in questa terra, il giovane racconta di aver fatto le esperienze più significative e attraverso fondi raccolti con le sue mostre ha potuto collaborare alla realizzazione di numerose strutture ospedaliere. Esposizioni a Berlino, Sidney senza mai dimenticare la terra d’origine e la strada, la prima calpestata con in mano una bomboletta. A dodici, tredici anni nasceva una passione che non si è mai sopita, affinata all'Accademia di Belle Arti. Ma Jorit è la dimostrazione che la tecnica è base, tutto il resto è composto di esperienza, passione, e lui ha qualcosa in più, che somiglia ad un dono. Qualcosa di soprannaturale. I suoi dipinti col tempo si sono concentrati nella ricerca di volti. I messaggi, attraverso visi, sguardi espressioni della sua “Human Tribe” sono la fratellanza, l’uguaglianza senza nessuna distinzione di colore, di razza. I messaggi intersecati con la cultura Hip Hop con le regole di unione partorite proprio dalla strada. Già da un paio d’anni l’artista è parte di una storica Crew napoletana composta dai massimi talenti nel campo (Polo, ShaOne, Cyop, Kaf solo qualche nome) tutti riuniti da influenze internazionali, amore per una certa cultura musicale, per tutto quello che inscindibilmente mette insieme MCing, Breaking, Djing oltre il writing.

 

Jorit si unisce e si distingue e le sue ispirazioni umane hanno due segni distintivi sul volto, unica orma con la quale vuole racchiudere tutte le sue opere in un unico progetto d’appartenenza alla sua tribù. Ha riprodotto tra i tanti ritratti, soprattutto cantanti di fama internazionale della scena hip hop (Daddy Yankee, Gué Pequeno, Smif n’Wessun, solo alcuni nomi) e tanti volti italiani tra cui J. Ax, Clementino, Caparezza. Il ritratto che intravedevo sul telefonino la prima volta che vedevo le sue opere, era un ritratto del cantante Fedez. Imbrattato con secchiate di vernice bianca da qualcuno che non aveva gradito il soggetto, quando l’ho visto ho pensato solo “è bello anche così”. Perché osservare un dipinto di Jorit, vuol dire restare a chiedersi “com’e possibile?” e aspettarsi che il volto si stacchi dalla parete per venirci incontro. Quei visi, gli occhi, l’attenzione per ogni particolare è qualcosa di talmente perfetto da non sembrare opera creata da mani e bomboletta. “Qualche volte faccio un buco e proseguo con i pennelli” racconta in un’intervista confermando che “quanto più si va a fondo nei particolari e nello studio dell’aspetto visivo del mondo, tanto più il modo di osservare il mondo cambia”. La bravura nell'eseguire un lavoro è data dalla perfezione tecnica imparata magari tra i banchi e questo è un conto, ma l’imprinting che si darà ad un’opera implica qualcosa che è capacità innata, coltivata sì, ma innata, genetica, fuori dal comune.

 

Questo ragazzo ha messo d’accordo il mondo diviso tra l’accettazione e il fastidio di vedere un muro decorato, perché un muro dopo il suo passaggio è una tela degna di essere esposta in un museo. E proprio il mondo antico e in parte limitato dei musei, ha spalancato le porte alla sua arte, lo ha voluto il MANN uno dei musei archeologici più importanti al mondo e nella stessa città partenopea il PAN oltre alle altre città che abbiamo già nominato. Del suo talento fuori dal comune si è accorto il critico Vittorio Sgarbi, fotografato accanto al suo viso con i segni della sua appartenenza alla tribù (d’accordo con una forma artistica quando non deteriora o deturpa). Meraviglioso segno che l’arte e la storia dell’arte, certe volte possono essere, se non riscritte, aperte al passaggio dell’innovazione, della bellezza di una mano moderna, che rende onore all'espressività. Certi brutti stralci di periferia, non possono che essere valorizzati da una mano capace di tanta bellezza.








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