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23 Maggio 2017
Musa in bianco e nero
di Stefania Castella



Musa in bianco e nero
Man Ray. Black and White,

Alice bellissima, destino segnato o forse no. Alice dea dalle movenze fascinose Parigi annebbiata l’accoglieva respingendola. La figlia di una prostituta cosa avrebbe mai potuto fare nella vita? Chi l’avrebbe mai pensata a guardare gli altri dall’alto in basso? Quando così piccola, girare per le strade alla ricerca di un pezzo di pane era normale e i bombardamenti davano tregua, infilarsi in un baretto, in un locale per rubare ciò che si poteva, quando la mamma l’aveva buttata fuori di casa. Che stramberia proprio lei, giudicata da sua madre, proprio lei, perché beccata a posare nuda per uno strampalato artista.

 

Nuda. Il suo corpo pallido il suo abito sontuoso, di quello si vestì e fu la sua fortuna. “Giù le zampe dal tavolo, qui non si servono puttane” lo schiaffo fu morale ma doloroso come una manata e cinque dita stampate sulla pelle candida, ma la faccia era tosta così come la scorza temprata dalla strada dalla fame e la miseria. E lui quell’uomo che le si parò davanti la difese da quel momento in poi. Lei che ragazzetta non era più, e neanche la verginella che era stata, se mai poteva esserlo stata, diventò la musa di ogni artista in un’affannata Parigi, cartolina da anni venti. Pittori, scultori, fotografi, la figlia della maitresse, saltava il fosso. Mai più tirate all’alba ad arrangiarsi in qualche taverna pidocchiosa, mai più rifare le scarpe ai soldati per tre soldi, e sopportare certi sguardi che volevano tutt’altro.

 

Alice amava l’arte al di sopra di ogni cosa, e il bello che la vita non le aveva dato lei se lo prendeva strappandolo a gran forza. Bella, sveglia provocante, i grandi di quegli anni, cadevano ai suoi piedi, disposti a tutto per vedersela davanti. I suoi zigomi altissimi e perfetti, lo sguardo penetrante, la figura morbida e labbra color fuoco, giochi di ombre e luci ne fecero una diva, che nei locali dove entrava un tempo di soppiatto per scroccar da bere e da mangiare, diventò la prima donna, con un talento grande, quello di sopportare e andare avanti.

 

Come la prima volta, venduta per passione come il dolore forte, coperto da risate di sfacciato desiderio. Come il ricordo di sua madre, che non l’aveva mai guardata come lei voleva meritarsi. Una femmina che camminava con la testa alta, che voleva diventare una signora, e che la società, signora non la fece mai. Divina che voleva il mondo ai piedi, quei piedi che puntava a forza su quel tavolo che una puttana non poteva guadagnarsi, che un fotografo pazzo di lei coprì salvandola per poi riperderla nel tempo. La donna con il cuore tanto grande da sopportare il peso della vita senza mai vergogna e che se pure nuda, quel cuore non ha scoperto mai.








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